Erasmus. 
Una parola che al giorno d’oggi ricorre spesso nelle aule universitarie e tra gli uffici degli atenei.
Ma soprattutto una parola che sta diventando d’uso comune tra le famiglie: sempre più giovani studenti infatti prendono parte ai progetti di scambio europeo che cadono all’interno del programma Erasmus+.
Qualcosa che ormai sta diventando normale, quotidianità, ma fino a 30 anni fa sembrava lontano anni luce.

Pensiamo al 1987, quando il muro di Berlino e la cortina di ferro erano ancora lì a ricordare un triste quanto recente passato; a quando la Spagna e il Portogallo erano da poco nell’Unione Europea; a quando il PC non aveva ancora invaso la quotidianità e i cellulari erano grandi come valigie.

È in questo contesto che nasce l’European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, più comunemente ERASMUS.
Con un papà e una mamma: Domenico Leonarduzzi, direttore alla pubblica istruzione della Commissione Europea, e Sofia Corradi, consulente dei rettori delle università italiane.

L’idea è facile quanto geniale: cementificare un’unione tra Stati permettendo ai giovani studenti di fare esperienze di scambio. Lo scopo è quello di far avvicinare giovani di diverse nazionalità, per scoprire che può esserci, come cita il motto europeo, “unità nella diversità”.

E proprio oggi, 15 giugno 2017, con il cuore pieno di gioia per le tante esperienze vissute dietro questo nome, festeggiamo 30 anni di questo progetto europeo. Il progetto europeo per eccellenza, senza dubbio il più riuscito.

In 30 anni il mondo è cambiato. La tecnologia ha riempito ogni aspetto del quotidiano e la globalizzazione ci ha inserito un contesto che a volte sembra fin troppo piccolo.
L’Europa, fino a pochi anni fa dipinta come fonte di possibilità e benessere, oggi lotta per affermarsi. Un’Europa che ha esteso più volte i suoi confini, che ha cambiato e innovato le sue istituzioni, le sue politiche, ma ha sempre avuto un punto fermo: il progetto Erasmus.

In questi 30 anni l’Erasmus è riuscito a germogliare, a crescere, a evolversi e a dare molti frutti.
Tra questi, il milione di bambini che la Commissione Europea stima sono nati da coppie Erasmus. O meglio, da coppie europee. “Figli europei” come li ha chiamati lo scrittore Umberto Eco nel 2012.

Sono bei frutti, anche maturi, le associazioni studentesche dedicate all’Europa, come il nostro Erasmus Student Network. “Studenti che aiutano studenti”: 530 punti di riferimento in 40 paesi.
Solo in Italia, siamo presenti in 52 atenei con 1300 studenti volontari che accolgono oltre 25.000 studenti internazionali.

La “Generazione Erasmus”: la prima generazione di cittadini europei.
Quella che può girare senza passaporto e che al posto della dogana ha oggi un SMS che gli dà il benvenuto in un altro paese.
Nipoti e pronipoti di chi vedeva lo straniero come un nemico. Figli di coloro che andavano in vacanza e cambiavano la valuta.
Sicuramente genitori di figli che sentiranno l’Europa come casa loro.

Auguri Erasmus!